I DISTURBI ALIMENTARI: QUANDO È IL CORPO CHE PARLA

Quando nel mio studio arriva un paziente che mi racconta di un suo sintomo, spesso la richiesta che accompagna questa narrazione è quella di eliminarlo nella convinzione che, scomparso il sintomo, si dissolverà il problema.
Nella realtà delle cose la faccenda è ben più complessa poiché il sintomo è solo l’aspetto più esteriore e superficiale di una sofferenza più profonda.
Esso, infatti, ha un duplice valore: da un lato è motore di un problema e causa di un disagio; ma dall’altra è quel campanello d’allarme che ci indica che qualcosa non funziona più.
Il sintomo è un segnale che ci può aiutare a capire che qualcosa non sta più andando come dovrebbe.

Tricoli (2017) ci ricorda che il sintomo è un segno che esprime l’impossibilità di mettere in parole degli aspetti propri della persona che premono per uscire. E allora la strada per questa esternazione può diventare proprio il corpo.

PERCHÈ COMPARE IL SINTOMO
Come sottolinea Tronick (2005) ogni individuo è costantemente impegnato in un processo volto sia a mantenere lo status quo di come egli è e di come si è strutturato nelle sue distintive caratteristiche, sia a mettere in atto delle trasformazioni personali in virtù delle novità che la vita gli propone.
Ad ogni situazione di vita nuova la persona può rispondere con apertura e flessibilità (e allora arricchisce se stessa e si dona nuove possibilità) oppure, quando a prevalere è la paura, l’individuo si blocca poiché un cambiamento o una modifica di se stesso vengono avvertiti (spesso inconsapevolmente) come pericolosi per il proprio equilibrio psichico.
È in questo secondo caso che compare il sintomo: come espressione di qualcosa che ha bloccato l’individuo durante il percorso volto al raggiungimento di una più ampia realizzazione di sé.

QUANDO A PARLARE È IL CORPO
Nel caso dei disturbi alimentari, il corpo è al centro della scena: è proprio attraverso di esso che la persona esprime la sua dinamica di sofferenza, ma anche di richiesta di aiuto.
Questa dinamica viene esternata attraverso l’uso distruttivo del proprio corpo, un uso che compare per una mancata possibilità di gestire in un altro modo la propria profonda sofferenza emotiva.
Le varie tipologie di disturbi alimentari non sono altro che modi differenti di manifestare e gestire tutto questo.
Non bastano certo poche righe per descrivere le caratteristiche di tali disturbi, ma proverò a riportare di seguito una breve distinzione di quelli principali.

  • ANORESSIA NERVOSA : è caratterizzata da una preoccupazione eccessiva per il peso e per le forme corporee, che si manifesta attraverso una continua ossessiva paura di ingrassare e una spasmodica ricerca della magrezza.
    I pensieri attorno alla necessità di perseguire una magrezza ideale diventano pervasivi e finiscono per non lasciare spazio a nient’altro nella propria vita. Inizialmente la persona è concentrata sul forte desiderio di diventare magra, ma progressivamente la preoccupazione si trasforma in un’angosciante paura di prendere peso. Questo timore porta a mettere in atto una serie di comportamenti per dimagrire: spesso vengono compiute varie azioni volte ad evitare il più possibile di ingerire cibo, accompagnate da un aumento eccessivo dell’attività fisica. L’imposizione che il soggetto anoressico fa a se stesso è quella di mangiare il meno possibile per non ingrassare, questo porta con sé un senso di sfida personale e la sensazione di un controllo onnipotente sul proprio corpo. Al di là delle modalità con cui questo meccanismo si può manifestare, difficilmente la persona che soffre di anoressia riconoscerà di avere un problema o ammetterà di sentire costantemente fame. Tutte le energie sono spese per evitare di sentire questa “fame” pervasiva e per mantenere un controllo sul proprio corpo e sul proprio peso.
  • BULIMIA NERVOSA : la preoccupazione principale con cui si scatena questo disturbo è simile a quella che caratterizza la persona anoressica, ovvero la paura di ingrassare. Inizialmente, quindi, l’individuo cercherà di dimagrire per poter diventare sempre più magro. Questo desiderio porta ad alternare tentativi di restrizioni alimentari con momenti di abbuffate, seguiti da condotte compensatorie (principalmente il vomito autoindotto, ma possono esserci altre forme compensative come l’uso di lassativi o un’eccessiva attività fisica). In genere l’individuo tenta una dieta, o più diete iniziali, che però falliscono.
    A questo punto egli scopre che può procurarsi il vomito per eliminare le quantità ingerite di cibo ritenute eccessive. Il vomito, quindi, rappresenta un modo per esorcizzare la paura della perdita di controllo che l’assunzione di alimenti causa. Il comportamento tipico nella bulimia è quello dell’abbuffata: un’ingestione di grandi quantità di cibi calorici e “proibiti” che avviene in un breve lasso di tempo durante il quale la persona ha la sensazione di perdere il controllo. Questo stato di perdita di controllo può essere accompagnato da una vera e propria sensazione di alterazione di coscienza, a cui fanno seguito sentimenti di colpa e vergogna per le azioni intraprese, senza tuttavia riuscire a porre un freno a quest’ultime.
  • DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA (BINGE EATING DISORDER) : questo disturbo è caratterizzato da ricorrenti (spesso più volte a settimana) abbuffate non seguite, però, da strategie compensatorie volte ad eliminare il cibo ingerito per controllare il peso. La difficoltà principale sembra essere quella di riuscire a controllare l’impulso eccessivo a nutrirsi, accompagnata da una forte insoddisfazione per il proprio aspetto corporeo. Come evidenziato nello studio di Crowther e Sanftner (1998), le persone che sviluppano questo disturbo hanno un peso eccessivo e, come nel caso della bulimia, provano sentimenti di vergogna, colpa e disprezzo di sé per aver mangiato troppo. Tuttavia, in questo caso, il mantenimento eccessivo del peso corporeo ha inconsapevolmente, una funzione di tutela psichica: può aiutare la persona a mantenere inconsapevolmente gli altri distanti da sé oppure farle sentire di avere un “peso” nel mondo.

A COSA “SERVE” IL DISTURBO ALIMENTARE?
Generalmente i disturbi alimentari compaiono in adolescenza. Esso, infatti, è il periodo in cui avvengono le trasformazioni corporee ed in cui si concretizza il processo di separazione psichica dalle figure genitoriali per avviare e completare il processo di costruzione della propria autonomia.
Nei disturbi alimentari il corpo, magro, diventa il segno unico e distintivo di bellezza e di valore ed esso si trasforma come l’esclusivo mezzo con cui gestire tutte le difficoltà legate all’autonomia, alla sicurezza di sé ed al controllo.
Spesso queste persone sono ambiziose, perfezioniste e molto esigenti con se stesse, motivo per il quale possono anche raggiungere brillanti risultati lavorativi o scolastici. Questo atteggiamento di dedizione e sacrificio però, come mettono in luce Ostuzzi e Luxardi (2003), cela una profonda insicurezza personale e la profonda convinzione di non poter essere accettati così come si è. Questa insicurezza genera il bisogno di essere sempre perfetti, e ciò causa spesso un pensiero dicotomico caratterizzato dal fatto che non si ha valore se non si raggiunge sempre il massimo. Il corpo diventa lo strumento attraverso cui esercitare questa necessità di sentirsi perfetti, e l’utilizzo (distruttivo) di esso si trasforma progressivamente nell’unico modo attraverso cui gestire la sofferenza del non essere accettati, accolti ed ascoltati.
Le trasformazioni del peso possono essere lette, in maniera simbolica, come un modo per esprimere il desiderio di essere visti (nel caso ad esempio di un peso eccessivo), oppure la sensazione di non valere nulla confermata attraverso il fatto di voler essere trasparenti (nel caso di una eccessiva magrezza).
In entrambi i casi, e al di là delle modalità con cui si “ sceglie” di gestire tutto questo, il disturbo alimentare cela dietro sé un profondo desiderio di essere amati, visti ed accettati così come si è.

COME RICONOSCERE I CAMPANELLI DI ALLARME?
Spesso i disturbi alimentari iniziano con delle diete ferree, ma è molto complesso riuscire ad identificarli precocemente perché le persone che ne soffrono non hanno la sensazione di avere un problema e, nelle fasi iniziali, i comportamenti messi in atto per perseguire i propri obiettivi di magrezza non si accompagnano a problematiche fisiche palesi (come ad esempio svenimenti, alterazioni dell’umore o, nel caso delle femmine, la scomparsa delle mestruazioni).
In seguito, quando iniziano a comparire le ripercussioni negative dei comportamenti messi in atto, la persona tenderà a minimizzare il problema e le sue condotte tese a mantenere il disturbo verranno attuate in modo sempre più nascosto per non dare possibilità all’altro di intervenire rischiando così di “rovinare” i risultati sino ad allora ottenuti.
Per la persona coinvolta non è semplice accettare di avere un problema, perché questo implicherebbe il fatto di mettere in discussione se stesso ed affrontare tutto ciò che fa paura e che, sino a quel momento, è stato gestito solo attraverso il cibo.
Al tempo stesso anche per i familiari non è semplice voler vedere il disturbo alimentare, perché questo significherebbe mettere in discussione le proprie modalità relazionali utilizzate sino ad allora con il membro della famiglia che sta soffrendo, e fare i conti con i sentimenti di colpa o di responsabilità per la situazione che quella persona sta vivendo.

Sicuramente è più semplice che i primi ad accorgersi che qualcosa non va, e ad essere motore della richiesta di aiuto, siano persone emotivamente coinvolte con chi soffre di un disturbo alimentare.

I primi segnali utili per ipotizzare che una persona stia soffrendo di un disturbo alimentare sono:

  • Drastico cambiamento del peso corporeo (progressiva eccessiva magrezza o rapido aumento di peso);
  • alterazioni del comportamento alimentare (presenza di comportamenti inusuali come ad esempio: la riduzione drastica della quantità di cibo ingerito o alternanza eccessiva nelle quantità di cibo ingerito o, ancora, il taglio minuzioso di ogni alimento del pasto ecc.);
  • alterazioni del comportamento generiche (come ad esempio: l’eccessivo perfezionismo che pervade ogni ambito di vita ed il progressivo evitamento di ogni momento conviviale con parenti ed amici che conduce, pian piano, ad un totale isolamento).

Ostuzzi e Luxardi (2003), descrivono anche a quali segnali di emergenza prestare attenzione quando la situazione sta visibilmente diventando pericolosa:

  • Instabilità dell’umore;
  • alterazione del sonno;
  • pensieri suicidari o autolesionismo (presenza di graffi, escoriazioni, bruciature ecc.);
  • dolori al torace, aritmie cardiache, forti dolori addominali;
  • svenimenti;
  • stanchezza, difficoltà respiratorie;
  • gonfiori alle gambe o sensazione di formicolio;
  • vomito continuato per tutto il giorno, o ogni volta che si mangia, e/o presenza di vomito con sangue.

AIUTARE LE PERSONE CHE SVILUPPANO UN DISTURBO ALIMENTARE
Come accennavo sopra, molto spesso le prime a mobilitarsi per affrontare il problema sono le famiglie. Non è semplice coinvolgere chi soffre di un disturbo alimentare nel processo di cura: chi ne soffre finisce per identificarsi con questo disturbo e sente nell’aiuto terapeutico una minaccia alla propria intera identità.

  • PER I FAMILIARI: è importante rivolgersi a professionisti competenti, o a centri specializzati, e non cadere nel pensiero di poterne uscire da soli.
    Il disturbo alimentare spesso coinvolge l’intero sistema familiare e, inoltre, è funzionale che i componenti familiari continuino ad avere quel ruolo e non anche il ruolo di aiuto. Quest’ultimo, infatti, rischia soltanto di fare confusione rispetto alla relazione costruita e mantenuta con la persona che ha problemi alimentari.
    È importante, per riuscire a fare questo, che il sistema familiare sia unito e deciso nel prendere una posizione comune di fronte al problema per poterlo affrontare.

Può essere importante, accanto ad un lavoro terapeutico individuale con la persona portatrice del disturbo, un lavoro “di cura” del sistema familiare per poter lavorare sulle dinamiche critiche relazionali di cui il sintomo alimentare può essere espressione.
Per questo spesso è prezioso il lavoro in equipe; lavoro che prevede il coinvolgimento di diverse figure professionali.

  • PER LA PERSONA CHE SOFFRE DI UN DISTURBO ALIMENTARE: il passo più complesso sta nel trovare la forza di chiedere aiuto. Nessuno può essere aiutato se non sente che, almeno in minima parte, sta vivendo un disagio.
    Credo fortemente che chi è sempre impegnato nel gestire un disturbo alimentare sia completamente assorbito da esso: tutta la sua vita, il suo umore, la sua autostima e le relazioni dipendono da quanto egli sente di poter avere un controllo sul cibo e sul proprio corpo.
    Indebolire questo legame è complesso ma possibile, e questa possibilità è data dal fatto che il lavoro terapeutico porta la persona a costruire un amore per se stesso e una propria autostima che sono slegati dal proprio aspetto esteriore. Costruire una sicurezza personale significa portare l’individuo a piacersi così com’è, abbassando le pretese e il bisogno di perfezionismo che lo pervade.

La dinamica caratterizzante la persona che soffre di un disturbo alimentare è centrata sul controllo di se stesso e della relazione con l’altro attraverso il proprio corpo ed il cibo.
Il corpo diventa “un mezzo” (Comelli, 2014, p.49) per poter comunicare un disagio non esprimibile in altro modo.
Il controllo espresso attraverso la gestione disfunzionale del cibo rappresenta il tentativo di controllare i propri confini di fronte all’altro che cerca di avvicinarsi. Poiché la persona con un disturbo alimentare non ha potuto costruire una propria autonomia e sicurezza, può vivere come minaccioso per sé ogni tentativo di avvicinamento dell’altro e, di fronte a ciò, provare a rivendicare attraverso il controllo sul proprio corpo un’autonomia (che ovviamente è fittizia): “[…] non già ad un corpo che vivo e che contribuisco a far vivere, quanto ad un corpo da cui sono vissuto […]” (Ibidem, p.68) , come se la persona fosse schiacciata e imprigionata da se stessa all’interno di un sistema disfunzionale.
Come suggeriscono Belotti e Negri (2017) tale controllo spesso viene riproposto nella relazione terapeutica, attraverso la visione di una relazionale possibile solo se centrata esclusivamente sulla “lotta” per avere il potere sul rapporto.
Rompere questo modo di rapportarsi a sé e all’altro significa creare le basi per una relazione incentrata sulla fiducia, sul rispetto e sull’ascolto reciproco, e non più sulla lotta per poter sentire di esistere.
Inoltre, diventa fondamentale il lavoro di alfabetizzazione emotiva e di contatto con il proprio mondo affettivo. Tutto ciò è importante per permettere alla persona di esprimere in parole ciò che fino a quel momento è stato espresso solo attraverso il corpo, in quanto sono mancati gli strumenti per avvalersi di altri canali comunicativi.

Attraverso il lavoro terapeutico si avvia una “rinascita” personale e relazionale. Essa dovrebbe permettere la costruzione di una fiducia personale, e di una fiducia nelle relazioni con gli altri, che possa essere mantenuta poi anche al di fuori della stanza della terapia.

 

Riferimenti bibliografici

Belotti L., Negri A. (2017), Sulla funzionalità dei sintomi e dei problemi. I pretesti professionali della psicologia clinica, in Ricerca Psicoanalitica. Rivista della relazione in psicoanalisi, 3, XVIII, 21-35;

Comeli F. (2014), Il corpo oggetto della colpa primaria, in Ricerca Psicoanalitica. Rivista della relazione in psicoanalisi, 2, XXV, 47-69;

Crowther J.H., Sanftner J.L. (1998),  Variability in self-esteem, moods, shame, and guilt in women who binge, in International Journal of Eating Disorders, 4, 23, 391-397;

Ostuzzi R., Luxardi G.L. (2003), Figlie in lotta con il cibo. Un aiuto per genitori, le ragazze, gli insegnanti e gli amici, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano;

Tricoli M.L. (2017), Il sintomo: da indice di malattia a espressione di un soggetto unitario, in Ricerca Psicoanalitica. Rivista della relazione in psicoanalisi, 3, XVIII, 9-19;

Tronick E. (2005), Why is connection with others so critical? The formation of dyadic states of consciousness and the expansion of individuals’ states of consciousness: coherence governed selection and the co-creation of meaning out of messy meaning making, in Nadel J., Muir  D. (Ed.), Emotional development (pp. 293-316), Oxford University Press, Oxford, UK.

 

Torna all’homepage

 

IL LANGUISHING, L’EMOZIONE DEL 2021

IL LANGUISHING E L’ASSENZA DI BENESSERE
Arriva dall’America, ed è un termine coniato dallo psicologo Corey L.M. Keyes che, nella sua ricerca del 2002, introduce il termine per indicare l’assenza di uno scopo e di piacere nella propria vita. Letteralmente significa “languire” e Keyes utilizzò questa parola per indicare le persone che non potevano ritenersi depresse ma che, nonostante questo, non erano comunque felici. Nella ricerca Keyes mostrava, infatti, come il languishing non si potesse considerare strettamente connesso con ansia e depressione.
Uno psicologo dell’Università della Pennsylvania, Adam Grant, riprende questo termine e lo caratterizza come un’assenza di benessere e un’impossibilità di utilizzare le proprie risorse al massimo. Definisce il languishing come l’emozione dominante del 2021, e lo traduce come un senso di stagnazione, di disagio e di vuoto che può originare dallo sconvolgimento delle nostre vite per via dell’avvento del Covid-19 e dall’angoscia che la presenza del Virus comporta.

Il pericolo, sottolinea Grant, sta nel fatto che questo stato di malessere rischia di passare inosservato perché non comporta particolari sintomi, ma è uno stato che a poco a poco “ spenge” le persone e ne distrugge le loro motivazioni, le funzioni e le loro capacità personali. Inoltre, sembrerebbe essere presente nella popolazione statunitense molto più della Depressione Maggiore. Nel suo articolo per The New York Times, Grant specifica come la persona che si trova in questo stato non riesca a percepire lentamente se stessa cadere nella solitudine, e nemmeno il fatto che a poco poco si ritrovi immersa nell’indifferenza della propria indifferenza.

IL LANGUISHING IN ITALIA: ALCUNE RIFLESSIONI
In Italia è un termine utilizzato in modo forse un po’ improprio perché, o viene traslato dalla cultura americana a quella italiana, o viene menzionato in relazione ad altri disturbi (quali ad esempio il disturbo bipolare), ma di cui il collegamento non ha evidenze scientifiche.
Attualmente non ci sono molte ricerche italiane che approfondiscano questo stato emotivo e lo correlino con il periodo pandemico. Alcuni spunti interessanti provengono da ricerche più settoriali, come ad esempio quella svolta in Lombardia, in cui è stato esplorato il rapporto tra languishing e Disturbo Post Traumatico da Stress in rapporto alla pandemia. In questa ricerca è stato messo in evidenza che nella primavera del 2020 le persone colpite dallo stato di languishing in Italia probabilmente erano tre volte di più di quelle a cui era stato diagnosticato il Disturbo Post Traumatico da Stress.
Senz’altro, però, è utile riflettere sull’utilizzo di questo termine poiché non è infrequente incontrare persone che si trovano in questo stato di progressivo appiattimento dovuto ad un impoverimento di stimoli e di relazioni sociali che l’avvento del Covid-19 ha comportato.

L’aspetto a mio avviso interessante che mette in luce Grant sta nel fatto che le persone colpite dallo stato di languishing si ritroverebbero in uno stato di indifferenza senza neanche accorgersene, e senza una consapevolezza rispetto a ciò che gli sta succedendo. Se così fosse, riuscire ad intervenire tempestivamente sulla propria vita per riprenderla in mano, sarebbe assai difficile; così come riuscire a chiedere aiuto.

DIFFERENZE TRA PERSONALITÀ DEPRESSIVA, DISTURBO DEPRESSIVO E LANGUISHING
Per prima cosa è bene evitare di fare confusione: quando si parla di depressione si può far riferimento sia ad una personalità depressiva che ad un disturbo di personalità; mentre nel caso del cosiddetto languishing si parla di stato emotivo.

Nel caso della persona con una personalità depressiva, l’affetto caratterizzante è questa grande e palpabile tristezza che la caratterizza e, anche nei casi in cui non si sente particolarmente giù di tono, trasmette all’altro comunque una “profonda malinconia interiore” (Mc Williams, 2011, p. 272). Un aspetto centrale di una struttura depressiva sta nel fatto che si è profondamente convinti, spesso inconsapevolmente, di essere intrinsecamente distruttivi e, quindi, di essere meritevoli di rifiuto e anche di averlo provocato. Oppure, dall’altro lato, si è convinti di essere sempre inadeguati, desiderosi dell’affetto degli altri ma condannati ad una vita di delusione perché non ci si sente voluti nè meritevoli di amore.
Le persone con questo stile di personalità si possono sentire vuoti, soli e deboli e sentire che la loro vita è incompleta e priva di significato.

Per quanto riguarda il disturbo depressivo secondo il PDM-2 (2020), chi ne soffre, oltre a caratterizzarsi per una disposizione a sentirsi in colpa e/o provare vergogna, è colpito anche da sintomi vegetativi (quali il rallentamento psicomotorio, mutamenti dell’appetito, disturbi del sonno e diminuzione del desiderio sessuale o del piacere sessuale) e dalla presenza di un affetto disforico (la persona si sente triste, inquieta, frustrata, tesa e irritabile).

Nel caso dello stato emotivo del languishing, invece, esso non sembra colpire esclusivamente persone con una struttura depressiva di personalità, né chi soffre di depressione; ma può invece caratterizzare persone differenti tra loro.
Grant parla del languishing come di un’assenza di benessere, come se la persona non funzionasse al massimo delle proprie capacità, indebolendo le proprie motivazioni e depotenziando le proprie abilità. È uno stato che colpirebbe lentamente, diminuendo a poco a poco ogni fonte di piacere personale, facendo scivolare nella solitudine e in uno stato di privazione di qualsiasi stimolo.

COME SUPERARE QUESTA ASSENZA DI BENESSERE?
Per superare questo stato di disagio, Grent suggerisce di seguire alcuni step:

  • mettere in parole le difficoltà che si stanno attraversando ed esternare agli altri la propria assenza di benessere è il primo passo per uscire da questo stato;
  • seguire il “flow”. Letteralmente significa “flusso” ed è utilizzato per indicare la capacità delle persone di mantenersi impegnate nei propri progetti di vita nonostante la pandemia abbia modificato lo stile di vita di tutti noi. Sembrerebbe essere questo il miglior predittore di benessere, molto più dell’ottimismo o della consapevolezza;
  • darsi un tempo ininterrotto. Questo significa che non bisogna mettersi fretta, né darsi tempistiche rigide per gestire le proprie progettualità, ma occuparsi di una cosa per volta senza darsi un tempo scandito né lasciarsi assorbire da interruzioni mentre si è assorti in qualcosa di cui ci si sta occupando;
  • procedere per piccoli obiettivi, un passo alla volta. Molto spesso il raggiungimento di un piccolo traguardo dona energia per avviare molti altri piccoli progetti.

Questi sono alcuni dei punti che Grent ritiene importanti per uscire dal languishing. Va detto che lui è uno psicologo che si occupa principalmente di realtà organizzative, del benessere aziendale e dei lavoratori, quindi l’orientamento al languishing è molto concreto e focalizzato su obiettivi ben precisi e generalizzabili. Inoltre il termine, così come descritto da Grent, nasce  e si sviluppa in un contesto americano che culturalmente è molto differente dal nostro.
Ciononostante i punti sopra riportati possono senz’altro allenarci a rimanere attivi: nonostante la pandemia abbia modificato le nostre vite, trasformato i nostri progetti e, in alcuni casi, anche le nostre famiglie, sentire di avere ancora una progettualità da portare avanti è importante per avere la sensazione di possedere ancora un potere decisionale sulla propria vita e di essere ancora capaci di costruire qualcosa per sé.
Riuscire sempre ad ascoltarsi ed individuare come ci si sente nelle esperienze che si vivono è fondamentale per cogliere se ci sono segnali di potenziale malessere o che possono portarci a sentire di aver bisogno di aiuto.

Non dimentichiamoci, infine, che ognuno è unico e speciale a suo modo e merita di trovare la sua specifica strada ed i propri personali obiettivi di vita senza calcare le orme di nessun altro. Questo non significa procedere in solitudine; ma progettare il proprio percorso regalandosi la possibilità di lasciarsi guidare, o aiutare, nel caso si sia in difficoltà durante il proprio cammino.

 

Riferimenti bibliografici

Accardi R., Bassi M., Delle Fave A., Negri L. (2021), The relationship between post-traumatic stress and positive mental health symptoms among health workers during COVID-19 pandemic in Lombardy, Italy, Journal of Affective Disorders, 280 part. B., 1, Feb., 1-6;

Grent A. (2021), There’s a Name for the Blah You’re Feeling: It’s Called Languishing. The neglected middle child of mental health can dull your motivation and focus — and it may be the dominant emotion of 2021, The New York Times, consultato il 29 Aprile 2021 su https://www.nytimes.com/2021/04/19/well/mind/covid-mental-health-languishing.html  ;

Keyes C.L.M. (2002), The Mental Health Continuum: From Languishing to Flourishing in Life, Journal of Health and Social Research, 42, June, 207-222;

Lingiardi V., Mc Williams N. (2020) (edited by), Psychodynamic Diagnostic Manual. Second edition PDM-2, The Guilford Press, New York, (trad. it. PDM-2. Manuale diagnostico psicodinamico, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020) ;

Mc Williams N. (2011), Psychoanalytic Diagnosis. Understanding Structure in the Clinical Process. Second edition, The Guilford Press, New York, (trad. it. La diagnosi psicoanalitica. Seconda edizione riveduta e ampliata, Raffaello Cortina Editore, Milano).

 

Torna all’hompage

 

L’ADOLESCENZA TRASFORMATA: IL CAMBIAMENTO DELL’ADOLESCENZA AI TEMPI DELLA PANDEMIA

Lavorando spesso con i ragazzi ho avuto modo di assistere direttamente al cambiamento che ha comportato l’ingresso del Covid-19 nella loro quotidianità. A distanza di un anno dall’inizio della trasformazione delle vite di tutti noi e del nostro stile di vita, i ragazzi, non solo si sono dovuti adattare ad una nuova realtà, ma stanno anche trasformando il modo di costruire la loro identità e di affrontare (o non affrontare) le sfide che questo comporta.

COME CRESCE L’ADOLESCENTE: I COMPITI DI SVILUPPO
Lo stile di vita cambia sì, ma ciò che non muta sono le fasi che i ragazzi si trovano ad affrontare per poter costruire loro stessi. Pietropolli Charmet (Maggiolini, Pietropolli Charmet 2004), parlando appunto dei compiti di sviluppo che ciascun adolescente è chiamato ad affrontare, mette in luce l’attenzione che bisogna mantenere al mondo affettivo e relazionale dei ragazzi: loro costruiscono chi sono e chi vogliono essere attraverso le sperimentazioni nelle relazioni con gli altri e attraverso l’imparare ad entrare in contatto con il loro mondo emotivo (per conoscere ciò che provano e come reagiscono alle esperienze che fanno durante il loro sviluppo).

Attraverso l’alfabetizzazione emotiva e le relazioni con gli altri è possibile affrontare i compiti di sviluppo, che sono: Leggi tutto “L’ADOLESCENZA TRASFORMATA: IL CAMBIAMENTO DELL’ADOLESCENZA AI TEMPI DELLA PANDEMIA”

Se prima eravamo in due. Le trasformazioni nel rapporto di coppia dopo la nascita di un figlio

DALL’ ALCOVA AL NIDO: L’ARRIVO DI UN FIGLIO E L’IMPATTO SULLA COPPIA

La nascita di un figlio è un evento emozionante che stravolge la vita e che richiede dei cambiamenti nel rapporto tra i partners: all’arrivo del bambino non si è più soltanto coniugi ma anche genitori ed è necessario riuscire a conciliare entrambi i ruoli, dando vita ad una nuova identità di coppia.

Ogni fase della vita coniugale è caratterizzata da una serie di compiti di sviluppo (Bianchi, Giusti, 2012, p. 275).
Anche nel caso della nascita di un figlio, la diade si troverà di fronte a delle trasformazioni di cui doversi occupare: Leggi tutto “Se prima eravamo in due. Le trasformazioni nel rapporto di coppia dopo la nascita di un figlio”

Hikikomori: un’adolescenza tra autoreclusione e disadattamento

ORIGINE E CARATTERISTICHE DEL FENOMENO
Il termine Hikikomori venne coniato da uno psichiatra giapponese, Saitō Tamaki, che si interessò a questo fenomeno con cui definì i giovani che mostravano segnali di letargìa, impossibilità di comunicare con l’altro e isolamento sociale.
La parola è formata da hiku, che significa “tirare indietro”, e da komoru che significa “ritirarsi”. Infatti l’espressione di questa forma di disagio sta nella violenta reclusione dal mondo esterno al punto da far sì che la persona (spesso adolescente o giovane adulto) si isoli da ogni contatto sociale rimanendo segregato nella propria stanza.

Saitō (1998) ha elencato anche una serie di sintomi che caratterizzerebbero l’Hikikomori, tra essi vi sono:

  • ritiro sociale;
  • fobia scolare;
  • antropofobia (angoscia causata dalla presenza di persone);
  • automisofobia (paura di essere sporco o di sporcarsi);
  • agorafobia (paura degli spazi aperti);
  • manie di persecuzione;
  • sintomi ossessivo-compulsivi;
  • evitamento sociale;
  • apatìa (mancanza di partecipazione, sia intellettiva che affettiva, e di interesse nelle cose);
  • letargìa (stato di sonno costante);
  • umore depresso;
  • inversione del ritmo sonno-veglia;
  • sentimenti di autosvalutazione e di colpa.

Watanabe (citato in Ricci, 2009, pp. 123-124) ha evidenziato tre fondamentali caratteristiche del fenomeno:

  • il ritiro sociale: un fuggire le relazioni umane per timore dell’altro da sé;
  • la chiusura effettiva del mondo fuori dalla propria stanza: gli altri vengono simbolicamente e letteralmente chiusi fuori;
  • l’allontanamento, mentale e fisico, dalla vita sociale.

Leggi tutto “Hikikomori: un’adolescenza tra autoreclusione e disadattamento”

Relazioni violente: al di là di una visione “vittima-carnefice”

LA VIOLENZA RECIPROCA NELLA COPPIA: UN FENOMENO SOMMERSO?Echeburùa e Corral (1998) ritengono che le forme di maltrattamento all’interno della coppia possano assumere diverse forme e che si possa parlare di maltrattamento nella coppia quando i partner hanno un legame affettivo stabile.
È raro occuparsi di maltrattamento reciproco all’interno della coppia, perché capita maggiormente di sentir parlare della violenza sulle donne e di uomo maltrattante.
Parlando della “violenza reciproca nella coppia” intendo riferirmi a tutte quelle situazioni in cui si crea un “incastro” nella relazione tra i partner e in cui entrambi contribuiscono (attraverso differenti modalità) ad esercitare una violenza sull’altro, che sia fisica o psicologica.
Secondo Ridley e Feldman (2003) i pochi dati a disposizione sulla violenza recirpoca nella coppia sono dovuti al fatto che essa spesso è esaminata a partire dalle azioni maschili e la violenza femminile è vista solo come una risposta difensiva di fronte a quella dell’uomo.
Krahè et al. (2005), invece, sottolineano proprio come la presenza di comportamenti violenti (sia psicologici che fisici) attuati da entrambi i partner sia un fenomeno diffuso e che non sembrerebbe legato alle caratteristiche del contesto sociale di appartenenza. Leggi tutto “Relazioni violente: al di là di una visione “vittima-carnefice””

Parlare del tumore ai bambini


INTRODUZIONE
La presenza di una qualsiasi forma tumorale nell’infanzia è qualcosa che impatta in maniera fortissima nella vita familiare. È uno stravolgimento che genera un senso di sconforto e di impotenza. I dati riportati nel report del 2017 redatto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in collaborazione con l’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) 2017 dimostrano che negli ultimi anni 40 anni è aumentato il tasso di sopravvivenza a seguito di patologie oncologiche in età pediatrica. Questo è un dato incoraggiante se si pensa a quanto possa essere difficile la diagnosi precoce per la maggior parte dei tumori infantili poichè possono esserci iniziali sintomi aspecifici o quadri clinici silenti (Guarino, 2006). Qualsiasi sia il decorso della malattia, il suo arrivo ed il processo di cure che ne consegue comportano una rottura di un equilibrio familiare che è molto delicato ricomporre.  La difficoltà sta nel fatto che spesso l’avvento del tumore porta con sé l’imprevedibilità delle sue evoluzioni e l’assenza di controllo su di esso da parte del bambino e della famiglia che lo assiste e lo supporta. Leggi tutto “Parlare del tumore ai bambini”

Alienazione genitoriale: quando il conflitto dei genitori ingloba i figli

LA SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE (PAS)

La sindrome da alienazione parentale, Parental Alienation Syndrome (PAS), fu formulata per la prima volta dallo psichiatra Richard Gardner negli anni ottanta. Egli la definì come una sindrome che si manifesta in situazioni di separazioni conflittuali in cui vi è una disputa per la custodia dei figli.
Si tratterebbe di un lavoro di “indottrinamento/programmazione” (Di Blasio, 2013, p. 315) immotivato da parte del genitore alienante sul figlio, per screditare o denigrare l’altro genitore che diventa, in tal modo, alienato.
Per poter parlare di PAS occorre che i tentativi di allontanare un figlio dall’altro genitore non siano dovuti alla presenza di un reale pericolo per il figlio, e che ci sia una partecipazione attiva del minore nella campagna denigratoria del genitore.
Secondo Gardner (1998), l’esposizione del figlio al genitore alienante trasmetterebbe al primo la sensazione di minaccia incombente nel frequentare il genitore alienato e ciò potrebbe portare allo sviluppo di psicopatologie del bambino quali, ad esempio, l’ansia da separazione o il disturbo della condotta. Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono i vari attori coinvolti nella PAS?

Leggi tutto “Alienazione genitoriale: quando il conflitto dei genitori ingloba i figli”

Cyberbullismo: nuove frontiere del disagio in adolescenza

 UNO SCENARIO CHE CAMBIA: DAL BULLISMO AL CYBERBULLYING
Ogni forma di disagio, malessere, violenza o prepotenza, va compresa all’interno di uno scenario socio-culturale che cambia e si evolve. Ormai da diversi anni l’utilizzo di mezzi informatici ha portato a una rapida diffusione di informazioni, messaggi e immagini che viaggiano ad un’alta velocità e connettono in modo rapido moltissime persone. Così come le nuove tecnologie permettono una rapida diffusione e condivisione di innumerevoli quantità e tipologie di informazioni, allo stesso modo possono diventare uno strumento per esternare i propri pensieri e le proprie emozioni.
Ci sono situazioni in cui, però, le nuove tecnologie possono trasformarsi in un mezzo attraverso cui offendere, deridere, minacciare o perseguitare altre persone.  Leggi tutto “Cyberbullismo: nuove frontiere del disagio in adolescenza”

Il rapporto di coppia: dalla crisi al cambiamento

COPPIA SI NASCE, COPPIA SI DIVENTA
Dal momento in cui due persone decidono di stare assieme, inizia un legame intimo che porta con sé desideri ed aspettative sia su se stessi in rapporto al partner, che viceversa.
Il soddisfacimento dei bisogni di uno viene cercato nei gesti e nelle azioni dell’altro che, risponde, in maniera speculare, alle richieste del partner così da rinforzare la sensazione di essere amati, importanti e speciali per l’altra persona. Si ha la sensazione che quella persona soddisfi esattamente i propri bisogni e le proprie aspettative;  diventando “unica” e “speciale”.
Questo può accadere in maniera reciproca per entrambi i membri della coppia, grazie al contributo di ognuno dei due all’interno della relazione.
Così, inizia quella fase che Fisher chiama dell’ “innamoramento” (1999, p.189): la sensazione è che il compagno, o la compagna, si trovi sulla stessa lunghezza d’onda del partner, che capisca perfettamente e che non servano parole per essere compresi.
In questo momento in cui si inizia ad instaurare un legame intimo, si incontrano anche due storie che avvicinandosi iniziano a costruirne una terza che è più della loro semplice somma: una storia di coppia. Questa storia è costruita assieme dai partner e prosegue attraverso momenti più o meno critici.
Ma quando comincia a vacillare tutto questo? Quando il partner “non è più come un tempo” al punto di venir visto come qualcuno che non si riconosce più?

Leggi tutto “Il rapporto di coppia: dalla crisi al cambiamento”